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Parla almeno italiano!

Monesiglio (CN) – Fonte: Wikipedia

Il primo grido della sentinella andò perso. Ma quando ripeté: – I nostri! Tornano i nostri! Hanno un prigioniero! – allora i partigiani che sedevano a cavalcioni del parapetto della scuola a guardare in faccia il sole di gennaio sciamarono via dal parapetto e per i vicoli e le scarpate si buttarono sullo stradone della collina. E la popolazione col batticuore corse alla specola a prender parte.
Videro attaccar la salita un drappello di partigiani con in mezzo un uomo tanto più alto di loro, come se lui sfuggisse alle regole della distanza che riducevano di tanto i partigiani. Il gigante vestiva un’uniforme e aveva capelli biondissimi, nei quali il sole giocava frenetico, come se non n’avesse parecchie di quelle occasioni.
Poi dall’ultima svolta sbucarono in velocità i partigiani del presidio e ora si sfrenavano contro il drappello come se volessero ributtarlo a valle. La gente sulla specola pensò: “Qui succede come tutte le altre volte che beccano uno della repubblica”, e si aspettava di vederli cozzare nel drappello, scardinarlo e artigliare il prigioniero per dargli poi a pugni e calci un primo acconto. L’ultima volta gli stessi catturatori avevano fatto quadrato intorno al prigioniero e avevano resistito all’assalto sebbene grandinassero su loro tutti i colpi destinati al fascista. S’erano lottati cosi per un quarto d’ora, e il groviglio sbandava da un ciglio all’altro della strada come se questa s’inclinasse ora di qua ora di là. II drappello puntava per salire, gli altri per fermarlo, sicché a chi guardava dalla specola pareva che tutt’insieme si affannassero a spingere su per l’erta un pesantissimo carro che un po’ sale ma poi riscivola quando lo sforzo si rompe. Questo era successo l’ultima volta e la penultima, ma stavolta fu differente.
A venti passi dal drappello si arrestarono di netto, guardarono un momento, poi in silenzio e con le mani basse scansarono il drappello e gli si accodarono come ad ingrossar la scorta. Si vide però il più piccolo ed il più giovane dei partigiani, quello che per scherno chiamavano Carnera, avvicinarsi più d’ogni altro al gigante, spiccare un salto e a volo strappargli dal petto un qualcosa che vi luccicava. Il colosso si portò una mano al petto come se li fosse stato ferito e poi girò la testa, come la girano i buoi, verso il partigiano piccolo.
Sulla specola la gente si guardò in faccia e un anziano disse: – Non dev’essere un fascista. O se lo è, è talmente un pezzo grosso che gli mette rispetto.
Poi dalla specola corsero giú alla porta del paese, giusto in tempo per fare ala all’entrata di un soldato tedesco circondato dai partigiani del presidio. La gente fremette e serrò gomito a gomito quando su di essa, in curva, passò lo sguardo di lui. Non era uno sguardo feroce, ma scaturiva da occhi cosi azzurri, piombava da tanta altitudine. Varcò la soglia della scuola con dietro i partigiani che arrivavano si e no a coprirgli le scapole, e la popolazione restò a fissare le pietre toccate dai suoi piedi e ad annusare l’aria quasi che egli avesse dovuto lasciarci un odore particolare. In quel boccheggiamento uno disse: – Visto, come son fatti gli uomini di Hitler? – L’avevano visto, e tacevano, cominciando a spiegarsi il mistero dell’otto settembre, quando una dozzina di questi uomini avevano domato delle caserme con dentro interi reggimenti nostri. Sostarono davanti alla scuola un’ora buona, e alle donne non passava per la mente di rincasare né glielo ricordavano i loro uomini. Finalmente dalla scuola usci Sandor, il comandante, e gli trovarono un’aria grave come non mai, come se sentisse il peso di una nuova e più alta responsabilità. L’avvilupparono in una rete di domande, ma tutte fatte a bassa voce, quasi nella paura che il tedesco da là dentro potesse afferrarle, offendersi e infuriarsi e travolgendo i partigiani comparire sulla soglia a farli crepar tutti di puro spavento. Ma la voce di Sandor era normale, e sonora, mentre rispondeva a tutti e a ciascuno: –Sì, parla discretamente l’italiano. Del resto è più d’un anno che è in Italia. Prima era sul fronte russo, poi l’hanno mandato qui da noi in riposo. Chiamalo riposo. L’ha preso Tarzan e la sua volante, alla periferia di Ceva. No no, ha subito alzato le mani, non se l’aspettava neanche lontanamente. Cosa gli ha fatto Carnera? Gli ha soltanto preso la medaglia, una medaglia della Russia.
Uno si schiarí la gola e domandò se lo fucilavano.
– Non ci conviene mica. È meglio conservarlo per un cambio. Se va male a uno dei nostri, si manda il parroco a Ceva a proporre il cambio. C’è da guadagnarci, alle volte per uno di loro te ne restituiscono dieci dei nostri.
A sentire che non lo fucilavano alla gente si slargò il cuore e rincasarono con una certa qual consolazione.
Per un paio di giorni il tedesco non fu visibile, quantunque molti perdessero un bel po’ di tempo appostati in mira alle finestre della scuola, per vederlo almeno di sfuggita, per vederne almeno un pezzo.
Il terzo giorno, due donne che tornavano dal forno con un bambino per mano e nell’altra il cestone del pane, queste due donne all’altezza della scuola girarono a caso gli occhi e sussultarono a vedere il tedesco alla finestra, inquadrato di profilo. Stava seduto e facendo un lavoro per suo conto con le labbra strette e le mani sotto il davanzale. Dietro alle due donne altri si accalcarono e guardavano incantati. Finché il tedesco voltò gli occhi alla strada: la gente tenne il fiato, ma lo sguardo di lui era diretto in basso, centrava i due bambini. – Belli bambini, – disse poi.
Alzò una mano e mostrava uno stivaletto, lo agitò un po’ come se volesse metterlo in vendita e disse: – Stivale, mio stivale rotto in una parte.
Un uomo si staccò e andò sorridendo fin sotto la grata; le donne lo seguirono con occhi trepidi e compiaciuti. E disse, ad alta voce: – Io sapere aggiustare. Aggiustare e riportare. Va bene?
– Voi aggiustare e riportare. Capito. Grazie, – sillabò il tedesco e di tra le sbarre gli passò lo stivaletto.
Il ciabattino tornò, fendette il crocchio, tenendo alto lo stivale, mostrandolo ma non prestandolo, come chi torna dal palco della giuria con un premio. Benché il tedesco indugiasse dietro la grata, ora la gente non aveva più occhi che per la sua calzatura, perché era una cosa sua e la più vicina, che si poteva toccare.
Poi di Fritz (lo battezzarono così, all’unanimità, partigiani e borghesi) di Fritz Sandor dovette essersi fatto un buon concetto, perché lo mise fuori a spaccar legna. Non libero, a sorvegliarlo c’era sempre Carnera, seduto sulla montagnola dei ceppi, con la testa nella coppa delle mani e gli occhi, naturalmente torvi, a seguire la traiettoria delle schegge. Aveva quattordici anni appena compiuti ed era fatto come un ragno. Ficcato nei calzoni teneva il suo pistolino 6,35 e ogni tanto lo tirava su a metà, un po’ come memento al tedesco e un po’ perché non gli indolenzisse la pancia.
Ma Fritz a Carnera sorrideva sempre, cosi come sorrideva a tutti e a tutto, perfino ai ciocchi sulla toppa. E quando gli riusciva un fendente di particolare forza e precisione, che le schegge rimbalzavano fin sul tetto della censa, allora fissava Carnera pazientemente come se non potesse essergli negato un sorriso almeno di apprezzamento. Ma Carnera non poteva e non voleva sorridergli, sempre i suoi occhi o s’appuntivano per il sospetto o s’intorbidavano per la noia.
Avrebbe dato un calcio a quel servizio di guardia, non fosse stato che il prigioniero era un tedesco e questo servizio quindi tra i fatti salienti della sua carriera partigiana.
Ancorché pieno gennaio, Fritz per spaccar la legna si sfilava camicia e flanella. E le donne, al riparo degli spigoli e delle tendine, lo guardavano a lungo: nessuno dei loro uomini aveva quella pelle, una pelle di bimbo a fasciare un gigante di quarant’anni, tenera, abbondante, fulgida per i peli d’oro. E un giorno in una casa sullo spiazzo dove Fritz lavorava detonò uno schiaffo. Un marito era arrivato dietro la moglie che perdeva tempo a contemplare il torace del tedesco, l’aveva afferrata per le spalle, ruotata e battuta in faccia. Il fatto però non danneggiò Fritz in paese, dove la cosa si riseppe, perché era chiaro che la colpa era tutta di lei.
Non lo consideravano più un nemico – del resto l’avevano considerato tale soltanto per i pochi minuti della sua entrata in paese – e riusciva sempre più difficile perfino considerarlo straniero; in quanto a stranieri, erano infinitamente più stranieri i due prigionieri inglesi, Tom e Victory, che l’otto settembre erano evasi da un campo di concentramento ed erano stati qualche mese con Sandor finché in uno sbandamento del ’44 erano andati a perdersi chissà dove.
Ma la curiosità non moriva. I bambini che tornavano dalla dottrina in canonica, si fermavano sempre a vedere Fritz lavorare alla legna o ad altro e facevano ogni volta tardissimo, ma a casa era sempre buona la scusa d’essersi fermati per Fritz. A Carnera la bile montava fin sotto il palato, perché lui teneva infinitamente all’ammirazione dei bambini, ma questi s’interessavano sempre e soltanto a Fritz. Finché, al massimo della gelosia, Carnera li cacciava tutti a casa con un urlo e la faccia feroce.
Ora il cuciniere lo mandava spesso in giro per le case a farsi imprestare gli arnesi da cucina che a lui mancavano, e dopo avergli dato quel che gli bisognava, le donne lo trattenevano sempre un po’ e gli versavano un bicchiere di vino dolce, la prima che aveva pensato d’offrirglielo avendo scoperto che gli piaceva più dell’altro ed essendosi fatta premura d’avvisarne le compagne. Quanto ai partigiani, l’ammisero a mangiar con loro, anche se subito dopo lo spedivano nello stanzino di là a lavare i piatti.
Ma un giorno, appena senti Fritz affondare i primi piatti nell’acqua, Ivan, che era dei più vecchi, ritirò le mani da sulla tavola e disse: – È scandaloso trattare un tedesco così come lo trattiamo noi.
Sandor stava bagnando di saliva una sigaretta accesa male. Capi storto e disse: – Vorresti che non gli facessimo nemmeno lavare i piatti?
Allora Ivan disse adagio e marcato: – Io voglio dire che lo trattiamo scandalosamente bene. Quasi come se gli volessimo bene, ecco. Questo è lo scandaloso che dico io.
Sandor disse con leggerezza: – E cosa vuoi fargli? Fucilarlo?
– Io non sono un sanguinario e tu lo sai. Ci ho riflettuto molto, ed è proprio quello che dovremmo fargli. Fucilarlo. Non aveva ancor detto l’ultima parola e già Carnera gli si era postato dietro, con una mano sulla spalla, come a schierarsi e a incoraggiarlo.
Lo stanzone s’era allagato di silenzio, un partigiano lasciò cadere sulla tavola la tabacchiera. – Per principio, bisogna farlo, – aggiunse Ivan.
Sandor guardò di sfuggita verso lo stanzino dove Fritz rigovernava, poi, abbassando involontariamente la voce, disse: – A parte il fatto che eravamo d’accordo di conservarlo per un eventuale cambio. A parte questo, a te cos’ha fatto? Perché ce l’hai?
– A me niente, perché se un tedesco m’avesse fatto qualcosa, non sarei qui a parlarti. A me niente, ma qualcosa avrà ben fatto a qualcun altro. Pensa un momento, Sandor, a tutto quello che hanno fatto i tedeschi in Italia. Ne hanno fatte tante, dico io, che per farle debbono essercisi messi in tutti quanti sono, nessuno escluso, e quindi Fritz compreso.
S’intromise Polo, un altro dei più vecchi, e disse: – Ma cosa vuoi che abbia fatto Fritz ? Non lo vedi che è il tedesco meno tedesco che ci sia? Fritz è il tipo domestico.
Carnera premeva sempre alle spalle di Ivan e accennava a lavorargli i fianchi coi pugni per pungolarlo e intanto fissava Sandor come a convincerlo per via ipnotica.
Ivan disse, opacamente come sempre: – Anche se lui personalmente non ha fatto niente, è giusto che paghi lui per gli altri che hanno fatto e che non ci vengono nelle mani.
Disse Polo, sporgendo le labbra: – Per fortuna hai detto in principio che tu non sei sanguinario… Allora Ivan alzò la voce. – No, sono giusto, e non sanguinario. Pensa un momento ai nostri, che i tedeschi hanno fucilato, impiccato, bruciato coi lanciafiamme, pensa a Marco, Dio Cristo, a Marco che l’hanno impiccato col gancio da macellaio e ci ha messo un’ora a morire. E credi che Marco in tutta quell’agonia non abbia pensato: “Almeno restano dei nostri che mi vendicheranno, che li faranno pagare anche per me!”? Guarda noi come gliela facciamo pagare! Questo è tradimento!
– È tradimento! – echeggiò Carnera, sporgendosi da dietro la schiena di Ivan.
La parola mozzò il fiato a tutti. Poi, il partigiano Gibbs cominciò: – Gli altri… – Non si poteva ancora dedurre se Gibbs parlava a favore o contro, ma Ivan scattò subito. – Gli altri! Ma non capite che gli altri siamo noi, possiamo esserlo da un minuto all’altro? Appena ci ammazzano siamo subito gli altri. E se capitasse a me, e ne avessi il tempo, io lo penserei: “Almeno i miei mi vendicheranno”. E se da dove sarò andato a finire vedo che i miei non soltanto non mi vendicano ma trattano bene uno di quelli che m’hanno ucciso, allora, se potessi tornar giú, com’è vero Dio faccio la pelle al tedesco che m’ha ammazzato e anche al partigiano che potendolo non m’ha vendicato.
– Io ti capisco, Ivan, – disse allora Sandor, – ma non mi sento di far fare a Fritz la fine che vuoi tu. Io coi tedeschi ce l’ho, è naturale che ce l’ho, per tante cose. Ma non c’è confronto con come ce l’ho coi fascisti. Io arrivo a dirti che ce l’ho soltanto coi fascisti. Per me son loro la causa di tutto. Guarda, Ivan, se io corressi dietro a un tedesco, e mi spuntasse da un’altra parte un fascista, stai certo che io lascio perdere il tedesco e mi ficco dietro al fascista. E lo acchiappo, dovesse creparmi la milza. E tu faresti lo stesso.
– Questo è vero, anch’io farei così. Ma con questo tedesco io non ho per niente la coscienza a posto. Per niente -. E scuoteva tenacemente la testa. Poi si alzò, andò alla finestra, come se le sue prossime parole fossero da proclamarsi al mondo. E disse: – Ma che gente siamo noi italiani ? Siamo in una guerra in cui si può far del male a tutti, si deve far del male a tutti, e noi ce lo facciamo soltanto tra noi. Cos’è questo? Vigliaccheria, cretina bontà, forse giustizia? Io non lo so. So solo che se noi di qua pigliamo un tedesco, invece di ammazzarlo finiamo per tenerlo come uno dei nostri. I fascisti di là, se beccano un inglese o un americano, qualche sfregio certo gli faranno, ma ammazzarlo non lo ammazzano. Ma se invece ci pigliamo tra noi, niente ti salva più, e se cerchiamo di spiegare che siamo fratelli ci ridiamo in faccia. È così, quando la guerra finirà, ci sarà, mettiamo, degli inglesi che tornano dalle loro madri e dicono: “M’hanno preso i fascisti italiani ma m’hanno lasciata salva la vita”, e dei tedeschi che torneranno a casa e diranno la stessa cosa dei partigiani italiani. Ma alle madri italiane, alle nostre, che cosa si dirà?
Si sentiva l’acciottolio dei piatti sotto le mani del tedesco e il respiro pesante dei partigiani. Poi Polo disse, lasciando cascar le braccia: – Tutta questa discussione per Fritz. E lui è di là che ci lava i piatti. Di’, Ivan, non ti sembra già abbastanza che un uomo di Hitler, un soldato dell’esercito tedesco che ha domato Francia e Polonia e mezzo mondo sia di là a lavarci i piatti a noi poveri scalcinati partigiani italiani?
– Mah, – fece Ivan, stanchissimo, – io non lo so, non so più niente. Io ho parlato per questione di principio.
Gridò Carnera: – Abbastanza? È abbastanza le balle!
Sandor alzò appena un sopracciglio, ma Polo domandò: – E tu, Mosquito, cosa vorresti fargli di più?
– Io l’ammazzerei! Io lo ammazzo!
Polo ci fece sopra una sghignazzata, così artificiale e concisa che Carnera se ne offese il doppio che se fosse stata sincera e prolungata. Gridò: – Voi non mi prendete sul serio perché io non ho la vostra età, ma io come partigiano valgo tanto quanto voi! Con la differenza che se voi aveste solo la mia età non avreste avuto il coraggio d’entrare nei partigiani, come ho fatto io a quattordici anni.
Polo disse, con una voce ghiacciata: – Te lo dico io quel che sei venuto a far tu nei partigiani. Ci sei venuto per farti mantenere, perché ci hai tutto da guadagnare, per mangiare tutti i giorni la carne che a casa tua vedevi soltanto la domenica…
Ben più lunga era la lista, ma Polo la troncò perché la fisionomia del piccolo impressionava. Piangeva di furore e quell’acqua l’accecava, sicché il dito puntato non centrava affatto Polo, ma era a Polo che disse: – A te ti farò vedere io, ti farò vedere!
– Sì, ma sbrigati, perché altrimenti la guerra finisce e tu non ci avrai fatto veder altro che mangiar carne.
– Ti farò vedere io, e presto. E intanto ti dico che sei un vergognoso. Vergognoso tu e vergognosi tutti, meno Ivan -. E scavalcò la panca perché Polo e qualche altro offeso stavano per abbrivarlo, e dalla porta gridò tutto d’un fiato: – Qui dentro ad avere il cuore di partigiano ci siamo solo io e Ivan. Voi siete tutti dei vergognosi. Perché se io piglio un tedesco, io l’ammazzo. Perché io sono un partigiano e Ivan ha ragione a dire che è un tradimento, – e scappò.
Quella sera stessa una donna del paese entrò al comando a regalare un cambio di biancheria per Fritz.
Ma, ancora di gennaio, ci fu un giorno che il tedesco dovette tremare per la sua vita, che era, a fil di logica, perduta. Tarzan mancava da tre giorni, forse era sceso a Ceva a studiare i posti di blocco o forse batteva le colline semplicemente per distrazione, era quello che diceva, che a non muoversi il partigiano è il più noioso dei mestieri e che in fondo, a muoversi o a starsene fermi, il pericolo era pressoché identico. Tre giorni erano molti, ma Tarzan era il tipo che rientrava sempre alla base.
Invece arrivò, mandato dai frati del convento appena fuori Ceva, un uomo ad avvisare che la repubblica aveva preso e fucilato un partigiano proprio all’angolo del convento, e là l’aveva lasciato. Dalla descrizione era Tarzan. – E portatevi qualcosa da far leva, ché per il gelo s’è tutto attaccato alla ghiaia.
Fritz stava alla grata e vide il gruppo dei partigiani spartirsi. Vide Polo andare al portico e tirarne fuori il camion e manovrarlo fino al limite della piazza, pronto per la discesa. E Ivan salire sul cassone con cinque altri, piazzare un mitragliatore sulla cabina e tutti aspettare Sandor. Il capo era entrato in casa del medico condotto. Ne usciva adesso, portava sul braccio un fagottone bianco, e dietro gli usci la moglie del dottore, che pareva fare a Sandor delle raccomandazioni. Poi Sandor spari nella cabina e il camion rotolò in folle giú per la discesa.
Dopo tre ore tornavano, si senti il camion penare in salita come sempre, il suo motore urlare come Sisifo.
Fritz, trovato tutto spalancato, era uscito in piazza. Già ci stava adunata tutta la popolazione, dopo aver chiuso i bambini in casa e sbarrato tutto, che non potessero vedere assolutamente niente di quanto andava a succedere in piazza. Tutti stavano a testa china, come violentati dal fragore del camion ormai vicinissimo, qualcuno si premeva le due mani sul petto, altri si tamponavano la bocca.
Il camion frenò nel bel mezzo della piazza, tutto fu visto e compreso quando Polo saltato giú dalla cabina andò ad abbattere la sponda del cassone. Lo calarono e lo deposero sul primo scalino della chiesa. La moglie del medico, con le mani giunte sotto il mento, fissava la muffa rossa fiorita sul suo bel lenzuolo matrimoniale. S’erano dimenticati di spegnere il motore, singhiozzava come un orco. Polo corse a spegnerlo, e così si senti distintamente il cigolio delle imposte tentate dai bambini confinati nelle case.
Sandor attraversò la piazza, arrivò allo scalino e rimase li come una statua. Elia, partigiano meridionale, parti dal fondo e avanzò adagio rasente alla popolazione; nelle mani a coppa teneva quattro o cinque ciottoli innaffiati di sangue e ripeteva con voce da chierico: – Queste pietre sono sporche del suo sangue. Sono le pietre del mucchio di ghiaia sul quale l’hanno fucilato -. La gente ritraeva la testa ma aguzzava gli occhi, e le donne si segnavano, perché pareva proprio una cosa di chiesa, un passaggio di sante reliquie.
Ora Sandor s’era riscosso, si chinò, prese un lembo del lenzuolo e lentissimamente scopri Tarzan fino alla cintola. Poi si raddrizzò e disse: – L’hanno ammazzato come voi ammazzate i vostri conigli. Venite tutti a vedere come l’hanno ammazzato.
Nessuno si mosse, soltanto il medico, ma non poteva passare, l’orrore aveva paralizzato la gente e toltole ogni senso fuorché la vista, e così si opponeva al medico compatta ed insensibile come un muro. Dovette aggirarla, ma gli ci vollero più di cinque minuti per arrivare allo scalino. Si chinò, poi posò un ginocchio a terra, era fortemente miope e perciò il suo naso sfiorava il petto di Tarzan, la gente da lontano accompagnava con gli occhi il suo dito nella minuziosa ricerca di tutti i buchi aperti dalla raffica.
Una donna urlò: – Tiratelo su da quelle pietre, portatelo in chiesa. Le pietre gli fanno male, ha persino la testa sulle pietre. Vado a prendergli un cuscino.
Dall’altra parte s’alzò un urlo selvaggio e come molteplice. La gente si senti mancare, un urlo così poteva farlo solo la repubblica, venuta su a tradimento dietro il camion a sorprenderli mentre facevano la pietà a Tarzan e fra un attimo avrebbe spazzato la piazza con la mitraglia. Era soltanto Polo. I capelli serpentini gli ingraticciavano la faccia, lucente per pianto o sudor freddo, e degli occhi gli si vedeva solo il bianco. S’era chinato sopra un catino immaginario, si rimboccava le maniche e gridava: – Hanno ammazzato Tarzan che era nostro fratello! Voglio lavarmi nel loro sangue! – e immergeva le mani in quel catino e se le lavava con cura e naturalezza. Toccandosi i bicipiti urlò: – Voglio lavarmi fin qui!
Fritz era nell’ultima fila, ma per la sua statura dominava tutta la piazza. D’improvviso quel suo svettare lo spaventò, così era impossibile non esser visto e additato. Si curvò, già le ginocchia gli tremavano come ai cavalli e le natiche gli pulsavano come un cuore. Ora che la gente era ai sentimenti estremi lui non capiva più una parola d’italiano, il silenzio e il clamore l’atterrivano egualmente. Nell’uno e nell’altro, nelle facce, nell’aria coglieva la necessità della vendetta, del sacrificio, e per placare lo spirito di Tarzan non c’era che lui sottomano.
Tutti erano come sotto ipnosi. Macchinalmente rinculò d’un passo, d’un altro e un altro ancora, finché urtò col tallone contro il parapetto della scuola. Conosceva la natura sottostante: una scarpata da potersi far rotoloni in un niente, quindi una raggera di rittani, uno dei quali talmente incassato da sembrare un sotterraneo. Ma poi?
Avverti una presenza al suo fianco. Abbassando lo sguardo vide Carnera, tutto eretto come se volesse piantargli gli occhi al livello, ed erano occhi impietrati, nemmeno il gran piangere fatto per Tarzan li aveva illanguiditi un po’.
Fritz annaspò e disse: – Tu cercare me? Sandor ti manda? – Non reggeva lo sguardo di Carnera e d’altra parte non si fidava a distogliere gli occhi per non perdere il minimo movimento del piccolo, se metteva mano a quella sua pistola ficcata nei calzoni. Si sentiva tutto gelato, come se fosse morto già da parecchie ore. Poi batté le ciglia e, sperando che gli occhi gli si inumidissero almeno un po’, disse: – Povero Tarzan. Buono era Tarzan. Quando preso me, agito da vero soldato.
Ma Carnera taceva, e quella pistola non saltava fuori, e i secondi passavano. E già si diramava calda nel cervello di Fritz, a scongelarlo, la certezza che non lui sarebbe stato immolato allo spirito di Tarzan, che la cosa stava tutta tra italiani. Carnera infatti finì col chinar gli occhi e si limitò a riportarlo dentro la scuola, dove il cuciniere, senza una parola, gli diede da pelar le castagne.
Fu comunque per Fritz la peggior sera di tutta la sua prigionia. Non cenò, rimase sempre in un angolo dello stanzone della mensa, rabbrividendo alle fiammelle degli zolfini con cui i partigiani si accendevano le sigarette: dovevano non vederlo, non ricordarsi di lui, non indicarselo l’un l’altro. Non alzò mai gli occhi, non vedeva che le gambe dei partigiani che entravano e uscivano dandosi il cambio per vegliare Tarzan in chiesa. E benedisse il cuciniere quando dallo stanzino lo chiamò a rigovernare. Nessuno gli si arrestò davanti, nessuno lo fissò particolarmente, non gli venne rivolta parola. Finalmente, verso le dieci, Sandor passando gli fece: – Tu non andare a dormire?
Nulla era dunque cambiato, semplicemente non c’era più Tarzan ad essere come tutti gli altri buono con lui.
Ci fu poi un altro avvenimento, borghese questo e felice, il matrimonio dell’unica figlia del signor Ilario, padrone della censa e gran rifornitore dei partigiani. Sposava un uomo di Murazzano, che sarebbe entrato in famiglia. Malgrado il contrario parere dei loro vecchi, non vollero aspettare la fine della guerra. I vecchi avevano detto: – È troppo pericoloso sposarsi in un epoca come questa in cui gli uomini si danno la caccia e s’ammazzano l’un l’altro. Il tuo uomo, Elsa, è di quelli che se ne stanno a casa a farsi gli affari loro e di politica non s’intrigano, ma vedi bene che son proprio gli estranei, gli innocenti, che il più delle volte ci lasciano la pelle. E tu, Dario, abbi cognizione per tutt’e due. Sai bene che un giovane come te non ha la sicurezza di andare a letto la sera e svegliarsi vivo la mattina dopo. Se ti dovesse capitare una disgrazia, cerca di farla contare per te solo e non per due.
Ma Elsa rispondeva: – E appunto perché viviamo in una epoca come questa che ci vogliamo sposare a tutti i costi. Se capita una disgrazia a Dario, io che me ne faccio poi della vita? Invece, se gli capita da sposati, almeno sarò stata sua moglie e qualcosa dalla vita avrò avuto. I vecchi allargarono le braccia e le nozze si fecero, le sole che in quel paese si celebrarono nei due anni della guerra partigiana.
Al ricevimento in casa del signor Ilario andarono tutti i partigiani, ma alla spicciolata e solo per il tempo di far gli auguri, mordere in una fetta di torta e bere un bicchiere di moscato, ripetere gli auguri e via, perché tutti insieme avrebbero intasato la sala. Solo Sandor ci sarebbe rimasto dal principio alla fine.
Fritz era nella lista, per espresso invito del signor Ilario e consenso di Sandor. Quando, al suo turno, apparve sulla soglia, lo accolse un applauso inaudito, che egli ricevette impalato e come gonfio, mentre la gente non finiva di battergli le mani, insensibile agli spifferi gelati. Poi Fritz s’avanzò, a testa china per non darla nei molti lumi che pendevano dal soffitto, si presentò agli sposi e batté i tacchi. Allora le donne si allungarono sulla tavola a brandire bottiglie e tutte insieme gridavano: – Da bere a Fritz! Non date di quello a Fritz! È il vino dolce che piace a Fritz ! Il vino dolce a Fritz ! – Basta, il tedesco ebbe un trattamento speciale e restò con Sandor fino alla fine.
Un fratello dello sposo aveva portato la fisarmonica, a un certo punto la spallò e attaccò una mazurca. Finita quella prima aria, Fritz col bicchiere in mano s’avvicinò al musicante e gli domandò, mentre tutti pendevano da lui: – Sapere valzer delle bimbe brune?
Il ragazzotto non rispose né si né no, reclinò il capo sulla tastiera, finché il signor Ilario gli disse ruvidamente: – Lo sai o non lo sai quel che t’ha detto Fritz ? Non sarai mica così stupido da aver soggezione? Non vedi che è dei nostri?
Al ragazzo venne da piangere, dopo tutto non era un musicante pagato, era venuto con lo strumento solo per festeggiare a modo suo il fratello sposo. Ma poi, per non passar da selvaggio, fece un accordo e disse con gli occhi bassi che la sapeva.
Allora Fritz si raddrizzò, misurando con le dita lo spazio che separava la sua testa dal soffitto. – Se tu sapere, anche io sapere. Tu suonare e io cantare -. E la cantò tutta in italiano, scortecciando le parole, mentre le donne si torcevano le mani in grembo e vibravano dalla testa ai piedi, con gli occhi lustri puntati su Fritz.
Finito, per i battimani tintinnarono i vetri e ballarono i lumi, e le donne incrociarono le loro grida: – Ma bravo, Fritz! L’ha cantata tutta in italiano, tutta! E che bella voce, diversa dalle nostre. Chi te l’ha insegnata, Fritz ? Deve avergliela insegnata una donna delle nostre, un’italiana di chissà dove. Non ne sai altre, Fritz?
Fritz s’inchinò alla sposa e disse: – No, io non sapere altre canze, ma sapere tante altre cose buone per festa…
– Avanti, Fritz! Forza, Fritz! – gridarono le donne, come percorse dalla corrente elettrica. E Fritz sciorinò tutto un repertorio di giochi scherzi e trucchi, con le carte, con l’orologio del signor Ilario, coi fazzoletti delle donne e i cappelli degli uomini, perfino con roba fatta venire dalla cucina. Gli invitati inghiottivano saliva, si davano gomitate, qualche donna rovesciava la pupilla come se fosse per godere, gli stessi uomini fissavano caldamente Fritz, che rimaneva composto come un professionista. E alla fine un invitato disse: – Certo che nella meccanica i tedeschi non li batte nessuno.
Negli stomaci le torte si rapprendevano e pesavano come cemento, dentro il vino correva a gara col sangue, la stufa era incandescente. Il tedesco aveva eclissato gli stessi sposi, e le donne non la smettevano. – Ma com’è simpatico! Non è stato straordinario con quei giochi? Tu credevi che ci fossero dei tedeschi cosi? Non vi sembra che sia sempre stato dei nostri, che l’abbiamo sempre avuto in paese? – E tornavano a fissarlo come per rinforzarsi dentro quelle impressioni. Gli guardavano soprattutto il collo, che nessuna di loro avrebbe potuto cingere con le due mani, e la nuca, cosi grassa e rasa e brillante come la gola del maiale maturo.
Poi il signor Ilario s’alzò e trascinandosi dietro la sedia andò a portarsi dirimpetto a Fritz. Che mise via il bicchiere e si protese verso il padrone di casa.
Il signor Ilario sbatté le labbra, posò una mano sulla spalla a Fritz, poi la ritirò mandandosela con forza sulla coscia e finalmente disse: – Sentire un po’ me, Fritz. Parliamoci da soldato a soldato. Fritz, da seduto, uni i tacchi e accennò di si con la testa, con gravità senza pari.
– Perché anch’io essere stato soldato, ai tempi di mia gioventú, avere fatto tutta l’altra guerra. Essere alpino, alpini, quei soldati italiani con una piuma sul cappello. Forse tu, Fritz, conoscerli, austriaci conoscerli di sicuro.
Fritz assenti su ogni punto, mentre la gente faceva cerchio e spalliera, e partiva qualche schiocco di dita a quelli che per accostarsi strisciavano sul pavimento le gambe delle sedie.
Poi il signor Ilario, chi l’avrebbe detto? Si mise a parlare in mezzo tedesco, e Fritz s’illuminò tutto in faccia, ma per un attimo solo, poi ritornò compunto, perché in quel mezzo tedesco il signor Ilario gli raccontava cose tristi.
– Ich, – esordi il vecchio battendosi il petto, – ich kriegsgefangen in Osterreich.
– Sie?
– Mangiare sempre kartoffel. Gran kartoffel.
– Kartoffel, patate, ja.
Il signor Ilario si palpò la giacca. – Com’è la parola ? Ah, papier. Papier, sempre vestiti di papier, im winter und arbeit in bahnen -. Poi si voltò a tradurre alla gente: – Gli sto dicendo che quando ci hanno portato prigionieri in Austria, là ci davano da mangiare patate e sempre solo patate, e noi andavamo ancora a cercar le bucce nella fossa dell’immondizie. E ci davano dei vestiti di carta, così noi giravamo vestiti di carta, d’inverno e a lavorare sulle strade -. Tornando a Fritz: -Tanta fame in Austria, e tanto freddo. Nicht brot, nicht feuer. Ma la gente non era cattiva, era buona come in tutte le parti del mondo. Noi prigionieri lo vedevamo da noi che la gente non avere pane nemmeno per lei e pochissima legna da bruciare. Datemi da bere. Dunque, Fritz, tu vedere che anch’io stato soldato. Tu devi parlarmi da soldato a soldato -. E qui gli occhi del padrone di casa annegarono nelle lacrime. Fritz turbatissimo alzò gli occhi in faccia alla gente, ma questa era tutta fissa a lui e si accorse del cambiamento d’umore dell’altro quando ripigliò a parlare e la sua voce era accidentata per il pianto. Diceva: – Fritz, quando finire questa guerra, quando? Perché se andare ancora lunga, noi tutti moriamo di crepacuore. Per noi, noi siamo vecchi e frusti, e quando la morte viene, viene sempre all’ora giusta, e magari anche un po’ tardi. Ma mia figlia e quelli giovani come lei? Mia figlia e suo uomo, Fritz! Io ho resistito alla prigionia in Austria, poi ho fatto dieci anni il cantiniere in Francia, e adesso sono vent’anni che lavoro nella censa di questo paese. Tutta la vita ho lavorato per procurar del bene a mia figlia, a lei e all’uomo che si sarebbe poi scelto. Perché se lo godano e si ricordino sempre di me. E invece, se la guerra va ancora lunga, mia figlia può perdere il suo uomo, e allora tutto il bene che io le ho fatto non le servirebbe più a niente, non la consolerebbe più -. Le ultime parole le disse mulinando le braccia per tener discosto sua figlia che gli si era chinata addosso per interromperlo e gli diceva: – Fatti forza, papà. Non parlare così, non far così, asciugati gli occhi.
Un’invitata vecchia con tanta pratica di uomini disse: – È vecchio. Ha bevuto un po’ fuori dell’ordinario e il vino l’ha portato al sentimento.
Sandor s’era fatto accanto al signor Ilario e gli disse: – La faremo finire noi, e più presto di quel che si creda.
Ma il vecchio scuoteva la testa. – Voi, poveri ragazzi, lontani dalle vostre case, fate tutto quello che potete, ma non potete far altro che star quassú a difendervi, con poco o niente, e a patire. Voi lo sapete solo quanto me quando la guerra finisce. Fritz invece lo sa, lui è dell’esercito tedesco, e tutto dipende dall’esercito tedesco.
Fritz fissava attonito quella vecchia faccia stemperata nelle lacrime, quella bocca tremante sotto i baffoni imperlati di vino. Gli uomini avevano messo via i bicchieri e s’erano presa la testa fra le mani. Poi il tedesco si raccolse, cominciò a percuotersi la coscia, con violenza, più volte, e a roteare degli occhi impressionanti. Qualcuno temette che quella debolezza, quel sentimento del padrone di casa avesse avuto l’effetto di offenderlo, d’infuriarlo, e adesso chissà cosa andava a capitare, così allo stretto, con quel bestione che per giunta aveva strabevuto. Sicché si sbirciò Sandor, se era armato e gli stava attento, pronto a intervenire.
Il tedesco s’era alzato, sbuffò un paio di volte come se già volesse rimettersi dal faticoso discorso che ancora non aveva fatto, poi disse: – Ora io dire tutto quello che io sapere. E io sapere, anche se sono da lungo tempo separato dai miei camerati, da mio esercito tedesco. Germania non più forte da vincere guerra. Ma ancora forte, Germania, da farla andare lunga, come dice il padrone della casa. Voi potere domandare: perché ancora combattere, se guerra è perduta? Ma voi essere italiani, e solo tedeschi adatti a capire i tedeschi, Tutti gli altri non adatti, e voi italiani meno di tutti, scusate. Soldati tedeschi essere tutti eroi, essere molto pochi quelli come Fritz che stare a bere vino dolce e vicino a buono fuoco. Ora molti soldati tedeschi morire, molti molti, ma morire anche molti suoi nemici, perché soldato tedesco non morire mai solo, portare con sé almeno un nemico. Signore Ilario, voi volete sapere quando finisce guerra? Allora calcolare il tempo che tutti soldati tedeschi morire, tutti, da oceano Atlantico a Russia. Solo una parola potere fermarli da combattere e morire. Parola del Führer, ma Führer non dire mai questa parola, Führer prima morire anche lui. Se guerra finisce, tutto il mondo è felice, e solo popolo tedesco triste e disperato. Perché non essere tutti tristi e disperati?
Cosi parlò Fritz, con la fronte avvampante per il riflesso della stufa.
Il discorso aveva affrettato l’ora di togliere il disturbo. Mentre la sposa accompagnava suo padre a letto, lo sposo spalancò la porta al buio e al gelo della notte e disse: – Siamo noi che dobbiamo ringraziare voi. E perdonate la debolezza di mio suocero.
S’incamminarono tutt’insieme, col programma di sciogliersi in piazza come un corteo, e facevano catena perché nessuno scivolasse malamente sulla strada ghiacciata. Tutti zitti, qualcuno batteva i denti. Li sorpassarono Sandor e Fritz, che tagliavano per la scuola: marciavano disinvolti sul ghiaccione e il tedesco graduava il passo su quello del comandante. Una donna disse: – Però Fritz è proprio come uno dei nostri -. Non le risposero né sì né no, uno le fece una smorfia al buio e suo marito si curvò a sibilarle all’orecchio: – La pianti, stupida e ubriaca?
Poi nevicò, tanta ne venne che sotterrò la scure di Fritz e i due terzi dell’alta toppa.
La mattina Fritz parve impazzire alla vista della neve. Col pretesto di dissotterrar la scure, buttò all’aria con le mani nude metri quadri di neve, raccogliendone i fiocchi ricadenti nella bocca aperta o nello slargo della camicia, e con quella che v’era entrata si massaggiava il petto. E nel mentre parlava e cantava e gesticolava come uno zingaro, con certe scrollate elettriche. Dalle finestre dirimpetto occhieggiava la gente, e sorrideva di quella felicità e rabbrividiva per quel massaggio di neve. A un bel momento Carnera urlò: – Parla almeno italiano, o tedescaccio, se la neve ti fa questo effetto! – insospettito da quelle raffiche di parole tutte tedesche. Poi, tanto più torvo in quanto vedeva Fritz divertirsi genuinamente e l’inutilità, dal punto di vista lavoro, di quella sua sosta all’aperto, lo rispedí dentro la scuola. Ma di lí a un momento Fritz era già alla finestra, con la fronte premuta contro l’inferriata che quando si fosse poi ritirato ne avrebbe portato i segni. E le donne che tra una faccenda e l’altra lo sbirciavano dai vetri lo videro stare a lungo in quella posizione, a sorridere fisso alla neve. Ma poi gli videro le mascelle afflosciarsi e gli occhi stringersi come per voglia di lacrimare, e stette a guardar tristemente la neve molto più a lungo di quanto fosse stato a sorriderle.
Lo si rivide libero in piazza nel pomeriggio. I partigiani battagliavano a palle di neve, divisi in due squadre; avevano posato all’asciutto le armi da fuoco e con mani bollenti raccoglievano, comprimevano e scagliavano, con urla di provocazione e di trionfo. Fritz arrivò dondolando fino alla linea di mezzo e lì si fermò, fuori della lizza, a seguire con gli occhi l’incrociarsi delle palle. Sorrideva, con le mani ciondoloni che non conoscevano le tasche. Sandor lo vide con la coda dell’occhio, gli gridò senza guardarlo, intentissimo a mirare e a schivare: – Tirare anche tu, Fritz! Mettiti dalla parte che vuoi.
Ma Fritz scosse la testa, sempre sorridendo, e allora Sandor sventolò una mano per ottenere un minuto di tregua per sé, poi si rivolse a Fritz: – Perché non vuoi? Non essere capace? – Capace, sì. Ma non potere, non potere tirare a voi.
Il tempo passava lentissimo, come facesse la stessa fatica che gli uomini a spostarsi sulla neve fonda. Un po’ più filato doveva trascorrere a Ceva, dove i fascisti e i tedeschi avevano caffè, cinema e portici. I partigiani dormivano venti ore su ventiquattro, cambiando stalla ogni notte, litigando per il Posto nella greppia o nel cassone del fieno, riempiendo i dormiveglia di fantasie libidinose come tabacco a volontà, bere un’aranciata, che una donna per tutta una notte gli pitturasse con lacca azzurra le piante dei piedi. Si sollevavano ogni tanto sui gomiti e attraverso i finestrini delle stalle guardavano fuggevolmente la valle Bormida, tutta parata di bianco come un duomo per il funerale d’una vergine, poi ripiombavano sulla paglia. Dormivano venti ore su ventiquattro, senza nemmeno una sentinella; Sandor aveva proibito ai paesani di aprir le strade con lo spartineve, tanto avevano in casa di tutto, pane e carne e vino.
Finché, un giorno di primo febbraio, Pantera, seduto alla finestra per aver luce per una certa sua operazione (con un coltello da cucina si scrostava dai piedi la carne morta stratificatavi sotto dal tanto camminare), diede un allarme.
Un uomo arrancava sull’ultimo costone, squarciando la neve al polpaccio, la nebbietta del fiato fissa tra le labbra come una pipa, e da più presso si notò che indossava una divisa tutta d’un colore, una vera divisa insomma. Della repubblica non era, tedesca non pareva, ad ogni buon conto lo puntarono con tutte le armi.
L’uomo si fermò ai piedi della scarpata, ansava a testa china. Alzati gli occhi e viste le nere canne spianate, rise di collerica compassione e gridò: – Che fate, disgraziati? Sono del comando. Vengo da voi. Prendo per di qua?
Sandor si scostò dal parapetto e disse: – Ha una faccia da Gielle. – Se avesse la barba, – precisò Polo e andarono con tutti gli altri ad aspettarlo in piazza.
Arrivò, scuotendo i calzoni per scrostarli dalla neve. Era anche più giovane di Sandor con un’aria metà da intellettuale e metà da ufficiale effettivo, il che finiva per comporgli un’unica aria di estrema durezza e antipatia. Indossava, completa, una divisa inglese, la prima che venisse sotto gli occhi degli uomini di Sandor, quella divisa inglese tanto più razionale di quella tedesca, tanto più maschia dell’americana. Come sola arma portava la pistola, ma una pistola come un cannoncino, che spuntava con la sua poderosa culatta da una fondina di tela cruda sulla quale stava scritto in inchiostro blu e con la calligrafia consentita dalla ruvidità della trama: LADY REB.
Li confrontò per qualche minuto, mentre il respiro gli si normalizzava. Davanti a lui tutti, Sandor il primo, provarono una vaga umiliazione, quasi la vergogna d’esser sempre rimasti a presidiare quel paese ultimo creato da Dio quando a stare un po’ più vicino al comando c’era da acquisire tutte quelle cose, quella divisa, quell’arma e, soprattutto, quell’aria. Mai avevano pensato di doversi vergognare, come ora facevano, davanti a un altro partigiano. Dalla schifiltosaggine di quell’ufficiale s’intuiva che il loro distaccamento era dal comando tenuto in pochissimo conto, sicché ai partigiani parve in pericolo il riconoscimento dei tanti mesi di servizio, come se quell’ufficiale avesse il diritto e il potere di negar la convalida.
L’ufficiale osservò criticamente Gibbs, che indossava la maglia gialloverde d’una squadra di calcio della pianura, poi finalmente apri la bocca. Disse: – Sono il tenente Robin. Chi di voi è Sandor? Tu sei il capo qui. Devi avere una ventina di uomini.
Sandor confermò con una cert’aria subordinata e l’altro: – Senza perdere tempo, armatevi e scendiamo insieme a Monesiglio. Sono arrivati degli ufficiali inglesi, scesi col paracadute, col programma di eseguirci dei lanci. Questa è già roba loro, – e si palpò una manica, – e questa pure, – schiaffeggiando la fondina che rivestiva la Colt 45. – Vogliono vederci tutti quanti siamo, fare i loro conti e mandarci il necessario.
I partigiani volarono alle armi e ai pellicciotti, folli di voglia di possedere una divisa e un’arma come quelle, folli di paura d’arrivar tardi.
L’ufficiale s’era accesa una sigaretta mai vista col bocchino di sughero e aspettava fumando. Gli capitò sott’occhio Carnera, che si serrava convulsamente il pellicciotto con una banda di cuoio. Strinse le labbra fino a risucchiarsele in bocca e chiamò Sandor. – Chi è quel piccolo ? Vi mancava la mascotte ? Queste cose lasciamole fare ai Muti.
– Non è una mascotte. È uno dei nostri, con noi da un pezzo. Ha sulle spalle due combattimenti e sei rastrellamenti.
– Fallo restar su. Se gli inglesi vedono inquadrato uno scugnizzo simile, c’è pericolo che si formino il concetto che noi partigiani non siamo una cosa seria.
Sandor andò a convincere Carnera. Che s’offese, s’indignò e disse: – Ma io vado a chiedergli spiegazione -. Sandor lo frenò col braccio teso. – Lasciami passare, Sandor. Ma non lo sa che io son buono di spaccargli la testa? Lo sa che io ho sulle spalle tre combattimenti e sette rastrellamenti, che io mangio un cane se lui ne ha altrettanti? Domandagli un po’ se vuol farsela con me alla pistola. Lasciami passare, Sandor, vado soltanto a chiedergli spiegazione.
Ma Sandor non lo lasciò, gli ordinò di restar su a sorvegliare Fritz, soltanto ora il tedesco gli riveniva in mente.
I partigiani si allineavano, pestando i piedi, e Ivan disse: – Addio, siamo di nuovo nel Regio. Sandor domandò all’ufficiale: – Come sono?
– Chi? I tuoi uomini?
– No, questi ufficiali inglesi.
L’altro nicchiò, come se Sandor non fosse degno dell’informazione, poi disse in fretta: – Sono dei filoni, sono. Allora, siamo al completo?
– Manca il partigiano Elia.
– Motivo?
– Malato con la scabbia.
L’ufficiale strinse le labbra alla sua maniera. In quel momento Fritz sbucò con due fascine sottobraccio. Vide il nuovo, calò le fascine a terra, uni i tacchi sulla neve senza rumore e disse a se stesso: “Englisch! ? Englische streituniform!”
L’ufficiale scattò con Sandor. – Dio santo, avete un prigioniero tedesco e lo trattenete senza avvertire il comando. Ma scherziamo?
– Noi l’abbiamo preso e ce lo siamo tenuto. Eventualmente per un cambio. Intanto ci fa i servizi -. Ma il tono di Sandor non era deciso come lui avrebbe voluto.
– Perché l’avete preso voi mica è roba vostra! Dio santo, un prigioniero tedesco è importante, è roba da comando, e voi ve lo tenete quassú, così -. Poi, più sommesso ma, più concentrato: – Quasi quasi l’interrogherei, ma ci vuole troppo tempo per cavargli qualcosa che meriti e noi dobbiamo andare. Partiamo. Arrivati al comando, ne parlo subito al maggiore e vedrai che lui ti dirà di portarglielo giù e ti farà un cicchetto perché non hai provveduto a suo tempo.
Guardò vivamente a Fritz, riobbligandolo a riunire i tacchi. – Non c’è pericolo che evada ora che il grosso viene via con me? Non avete un locale dove rinchiuderlo ?
– Non c’è nessun pericolo, – rispose Sandor. – Quel piccolo di prima basta lui a tenerlo d’occhio. Ormai lo conosciamo bene, è una pasta frolla, non sembra nemmeno un soldato tedesco.
– Forse austriaco? – indagò sottilmente l’ufficiale.
– No, no, tedesco. Ma non somiglia, ecco.
Segnale di partenza. Carnera andò al parapetto, li avrebbe seguiti con gli occhi fin dove possibile. E come la fila s’allungò sull’intatto pendio, sorrise. Il primo era quell’odioso del comando, ma sarebbe stato dimenticato prima di sera. Gli altri guardava Carnera, a loro sorrideva: Sandor, Ivan, Gibbs, Pantera, anche Polo, e tutti gli altri; scendevano un po’ legnosi, un po’ burattini sulla neve diseguagliata dai colpi di vento, i più con le mani in tasca, tutti con le armi pendule a tracolla come chitarre. Erano i suoi compagni quelli i cui nomi avrebbe dovuto citare ogniqualvolta avesse raccontato di sé, fra dieci venti cinquant’anni, gli unici partigiani che avrebbe riconosciuto tali, perché erano stati partigiani con lui.
Mentre Domenico che chiudeva la fila spariva con la testa sotto una gobba del pendio, Carnera sentì dietro di sé crocchiare la neve. Era Fritz che tornava dall’aver scaricato le fascine in cucina. Domandò ansioso: – Essere ufficiale inglese?
– Quello là? Quello è inglese come me. Ha soltanto la divisa. Ora ce la danno a tutti. Tu li conosci gli inglesi?
– Popolo molto serio, popolo molto capace fare affari.
– Ah sì?
Indugiarono un po’ a considerare le orme che i partiti avevano lasciato e poi mossero gli occhi intorno e in alto. C’era da restare accecati a voler fissare là dove il cielo d’un azzurro di maggio si saldava alla cresta delle colline, di tutto nude fuorché di neve cristallizzata. Una irresistibile attrazione veniva, col barbaglio, da quella linea: sembrava essere la frontiera del mondo, da lassù potersi fare il tuffo senza fine.
Il nervoso prese Carnera. A se stesso, ma gridando, disse: – Cosa stiamo a fare? Tutt’oggi soli! Stesse secco quel beccamorto del comando. Stessero secchi anche gli inglesi. Cosa facciamo? Se andiamo a casa, c’è il cuciniere che prima o poi ci mette a lavorare. E poi c’è Elia con la scabbia che si lamenta e si gratta a sangue. Andiamo a fare un giro intorno al paese. Spazziren, eh? Fritz raggiò in faccia, senza esitare additò il bosco. – Andiamo a bosco -. L’attirava fin dai primi tempi e aveva sempre sperato di visitarlo una volta o l’altra. Coronava un bricco a cupola ed ora appariva come un magazzino di forche.
Carnera s’insospettí. – Perché proprio a bosco?
– Io amo boschi.
– È lontano.
– No, niente lontano.
Carnera gonfiò la pancia per sentirci contro la pistola ficcata nei calzoni; la senti e disse: – Allora muoviamoci. Ma tu cammina sempre avanti e non fare scherzi, capito?
Fritz fece la faccia offesa: – No, no, io…
– Intesi. Tu camminare avanti e fare buchi per me dove io mettere i miei piedi.
S’incamminarono, Fritz imprimeva pesantemente i piedi sulla neve e Carnera saltellava dall’una all’altra di quelle impronte elefantesche. Ma dopo un po’ di quella ginnastica gridò: – Fa’ i passi più corti, mi stanco a saltare così in lungo.
Erano nella terra di nessuno tra il paese e il bosco, ai piedi del bricco a cupola. Gli occhi di Carnera si puntarono sulla schiena del tedesco: dopo appena un quarto d’ora di cammino il sudore già gli scuriva la camicia sulle scapole e al confine coi calzoni; anche da questo Carnera giudicò la forza del tedesco, quella era la sudorazione di un gigante, non di un uomo. Sentì freddo nella schiena, ma non era che gli salisse dai piedi assediati dalla neve, e si mise a pensare e pensando dimenticò le orme di Fritz e si trovò ad avanzare sulla neve compatta. Vedeva che Fritz lo stava distanziando, ma non lo richiamò, era troppo concentrato a pensare. – E se questo tedesco si convince che io sono piccolo, un ragazzino qualunque? Arrivati a un certo punto, tra le piante, si volterà di scatto e mi verrà addosso con le mani avanti. È vero che io sono armato. Ma la mia pistola sparerà? Non l’ho mai provata. Ho solo quattro colpi e di quelli che non si trovano e li ho sempre conservati per quando ne avessi bisogno con la repubblica. Chissà da quanto tempo questa pistola non spara? E se io premessi il grilletto e non ne uscisse niente, facesse solo pluff come una bottiglia che si stappa? Allora lui riderebbe, mi verrebbe addosso e mi fiacca sotto i piedi.
– Friiiitz!
Un urlo così non gli era mai uscito, Fritz ruotò su se stesso. Disse da lassù: – Cosa avere? Perché non venire?
Carnera avanzò ricercando le impronte di Fritz e salì rapidamente, ma a dieci metri da lui s’arrestò. A guardarlo da sotto in su, gli apparì non un uomo ma una rocca sul punto di rovinare su di lui.
– Fritz, torniamo indietro.
Il tedesco fece una tal faccia contrariata che a ciascun angolo della bocca venne a pendergli un chilo di carne.
– Non andare più a bosco?
– No, torniamo giù. Non sto bene, ho mal di testa. Questa neve con questo sole m’ha dato alla testa -. Infatti il riverbero gli sigillava gli occhi, e si che aveva bisogno di tenerli bene aperti per controllare ogni mossa del tedesco.
Ma Fritz non scendeva, pur nel barbaglio Carnera scopri il sorriso di disprezzo che gli arricciò i labbroni. Disse Fritz: – Io non buono soldato tedesco, ma anche tu non buono partigiano.
Partigiano nemmeno capace di camminare sulla collina. Tu essere piccolo, dovere stare a scuola invece che fare il partigiano.
Carnera nel furore scalciò la neve, ma non salì d’un passo. Gridò da giù: – Bastardone, è vero che io non sono un buon partigiano, e sai perché? Perché non ti ho ammazzato subito. Anche Sandor e tutti gli altri non sono buoni partigiani, ma ci mettiamo poco, sai, a diventare buoni partigiani. Sentì la neve stringergli i polpacci, come una morsa. Intanto Fritz scendeva, un passo, due passi. Carnera aprì la bocca per urlargli di fermarsi dov’era, ma il tedesco si fermò spontaneamente. Fritz sorrideva come prima e adesso sollevava una gamba per ripigliar la discesa. Carnera estrasse la pistola e gliela spianò contro. Fritz ricalò la gamba: fissava l’arma, un pistolino, ma puntato dritto al suo cuore. Poi scosse la testa e rise. – Tu piccolo. Non essere capace di uccidere me.
– Non esser tanto sicuro.
– Tu piccolo. Non essere capace di uccidere me -. E si tastava tutto il petto, come per misurarlo per sé e per Carnera. Sorrideva sempre.
L’arma tremava visibilmente nel pugno di Carnera. – Guarda, Fritz, che ti faccio kaputt. Non dirmelo un’altra volta.
Il tedesco lo fissava come a ipnotizzarlo, e Carnera si sentiva dentro come debbono sentirsi le gallinelle all’abbrivo del gallo.
Fritz sollevò la gamba, sempre sorridendo.
– Kaputt! – urlò Carnera.
– Tu piccolo. Non essere capace di uccidere me, – e scese. Un colpo solo partì dal pistolino di Carnera, ma fu come se saltasse una mina nella pancia del bricco. E Fritz piombò giù piatto come una rana, e la neve sventagliata volò a pungere in faccia Carnera e a risvegliarlo.
Beppe Fenoglio, Un giorno di fuoco, Einaudi, 1988

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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