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Arcangela Tarabotti

Arcangela Tarabotti,  suora, al secolo Elena Cassandra (Venezia 1604 – ivi 1652). Di famiglia nobile, per le severe leggi del maggiorascato, soffrendo di una malformazione fisica che la rendeva leggermente zoppicante, tale comunque da renderne improbabile un “matrimonio di interesse”, venne obbligata dal padre Stefano ad entrare all’età di tredici anni nel convento veneziano di S. Anna di Castello ove passò tutta la vita.
Le imposizioni della famiglia e le esperienze degli anni giovanili (1620-’29) le ispirarono tra l’altro il volume polemico, scritto a soli vent’anni, intitolato la Tirannia Paterna, destinato però ad esser pubblicato postumo e con il titolo de La Semplicità Ingannata [(sotto pseudonimo di Galerana Baritotti) edito da Sambix, a Leida, secondo alcuni nel 1651 secondo altri studiosi nel 1654]. L’opera, qui proposta informatizzata e in formato di ipertesto, che costituiva un atto d’accusa contro l’uso delle monacazioni forzate, venne comunque posta all’Indice dei Libri Proibiti (ancora nel XX ed ultimo Indice dei Libri proibiti del 1948 risultava censurata ancora tale opera).
La sua seconda opera, presumibilmente del 1650, intitolata L’Inferno Monacale, non venne pubblicata: il manoscritto originale andò perduto anche se ne esiste una trascrizione, presumibilmente settecentesca, nella collezione privata di Alvise Giustiniani (Venezia, Codice Giustiniani II 132 = 44).
L’opera però doveva esser corsa fra i dotti alla maniera usuale dell’epoca e dovette suscitare notevoli, maschiliste, avversioni atteso quanto vi era riportato; cosa che oggi si può riscontrare vista l’edizione critica fattane da Francesca Medioli, L’inferno monacale di Arcangela Tarabotti, Torino, 1990.
Già la dedicatoria comportava riflessioni sicuramente provocatorie e culturalmente d’avanguardia e fu alla radice di quella sorta di reclusione forzata nel Convento di S. Anna di Castello a Venezia che la donna patì nell’ultimo periodo della sua vita:
A quei padri e parenti che forzano le figlie a monacarsi
In gratia, non mi burlate se io, con penna di candida colomba, quasi funesto corvo v’auguro nel vostro Inferno i precipici etterni: sovengavi che, ne’ primi tempi, Iddio benedetto mandava li angioli dal Cielo e suoi più cari servi della Terra ad annonciar agli huomeni perversi i giusti Suoi furori. Io, più che Angela in quanto al nome e serva indegna di Sua Divina Maestà, inspirata da Lui con mottivi di pura verità, vi predico i fulmini del Suo sdegno. Non ridete per ché io sia femina per ché anco le Sibille predissero la morte di Christo e Cassandra, se ben tenuta forsenata dal populo, previde e con detti veridici esclamò e pianse per le strade la destruzione delle troiane mure. […] Vi dedico dunque quel’Inferno a cui perpetuamente condanate le vostre visere, per preludio di quello che dovete goder etterno [..].
Tali affermazioni le erano costate angosce e persecuzioni di vario tipo in tempi pregressi e si veda ad esempio questa sua lettera del 1642 in cui, verisimilmente intimorita da pressioni religiose, dalle interferenze inquisitoriali e da certe ambiguità di comportamento del frate ventimigliese, chiedeva ad Angelico Aprosio la pronta restituzione di quella sua menzionata Tirannia Paterna che avrebbe visto la luce solo dopo la sua morte e con altro titolo, per essere tuttavia censurata comunque dal Santo Ufficio.
La preoccupazione della donna si individua subito, nell’inizio stesso della missiva all’Aprosio:”…Si compiaccia Vossignoria Reverendissima di consignar al renditor della presente la mia Tirannia Paterna, escusando il motivo ch’è necessario…”: e l’insistenza della donna risulta oltremodo giustificata, attese le polemiche e le contestazioni, specie per il timore di patire, secondo un uso che l’epoca ha trasmesso alle costumanze future, una accusa o delazione anonima sì da incorrere come si legge in questo celebre Testo di Diritto Canonico qui digitalizzato in una Denuncia all’Inquisizione o Santo Uffizio.
Aprosio che aveva iniziato una relazione amicale e di collaborazione con la suora, come si evince da questa precedente lettera della Tarabotti, aveva sicuramente letto oltre che la Tirannia Paterna anche l’Inferno Monacale: cosa che si deduce da varie sue osservazioni in un’opera del 1644.
I reiterati atteggiamenti della suora veneziana contro l’uso delle MONACAZIONI FORZATE furono mitigate ora con forme più o meno blande di persecuzione, più intellettuale che fisica, ora grazie all’intervento diretto del cardinale Ferdinado Cornaro, cui la Tarabotti dedicò poi la sua “ritrattazione” sotto titolo de
Il Paradiso monacale, libri tre con soliloquio con Dio (Oddoni, Venezia 1663 errore tipografico per 1643).
La posizione di Arcangela “monaca” in qualche modo “femminista” si era complicata nel 1644 quando si impegnò in una celebre diatriba a difesa delle donne contro il misogino Francesco Buoninsegni: la Satira Menippea contro le donne del Buoninsegni fu edita nel 1644 dal Valvasense a Venezia e le venne accorpata, ancora una volta secondo una moda culturale consueta nel tempo, la polemica risposta della Tarabotti sotto titolo di Antisatira.
Nell’acceso dibattito finì per esser coinvolto anche l’APROSIO, che compose la antifemminista operetta intitolata la Maschera Scoperta…, che in qualche modo divenne punto di riferimento per una storia diversa di contatti tra il frate e la suora veneziana, una storia da questo momento fatta di ripicche e cattiverie che Aprosio in qualche modo descrisse nella sua Biblioteca Aprosiana.
L’attività culturale della suora veneziana non si fissò comunque sulla soglia di queste polemiche ma continuò sì che particolare interesse rivestono attualmente le sue Lettere (Lettere familiari e di complimento..., Venezia, per il Guerigli, 1650: entro lo stesso volume si possono leggere Le Lagrime d’Arcangela Tarabotti per la morte della Illustrissima Signora Regina Donati) che tesimoniano l’ampiezza delle sue relazioni culturali italiane e francesi.
L’ultima opera sua che la la Tarabotti vide pubblicata fu quella da titolo Che le Donne siano delle spetie delli huomini.

Per approfondimenti sul personaggio si può compulsare E. Cicogna, Delle iscrizioni veneziane, Venezia, 1825-1853, pp. 135 – 136

da Cultura-Barocca

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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