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In Maria Messina una denuncia dell’ipocrisia e dell’immobilismo della società piccolo-borghese, maschilista e conformista

Maria Messina

Esordendo con opere autenticamente veriste, Maria Messina (Palermo 1887-Pistoia 1944) sceglie deliberatamente di non dedicarsi alla “letteratura d’evasione” (la quale viene definita come “letteratura di consumo” o anche “paraletteratura”) alla quale invece aderiscono molte scrittrici dell’epoca fra Otto e Novecento e nella quale domina un tema amoroso che porta le lettrici a ‘vivere’ in un mondo fittizio in cui esse percepiscono la ‘felicità’ soprattutto in relazione al lieto fine che conclude le avventurose storie d’amore lette.
La scrittrice palermitana, le cui pagine sono popolate di misere donne disperate, segnate da un inevitabile fallimento amoroso (o zitelle o malmaritate), non scrive per dilettare e consolare le sue lettrici o per portarle ad evadere, conscia che i racconti amorosi convenzionali non rappresentano buone letture utili per migliorare la condizione di queste donne disperate. Le «romanticissime» produzioni, che sono consentite alle autrici, perché sono considerate il genere letterario che si adatta alla loro capacità di scrivere ed alle letture del pubblico femminile dell’epoca, lasciano distratta la donna e la vogliono ignorante, incapace
di conquistare una vera occupazione, e inconsapevole della propria condizione tragica e penosa: ” In Italia, il talento nativo, spesso tutt’altro che disprezzabile, delle ragazze che avevano voglia di scrivere non veniva coltivato, come per i maschi, attraverso buone letture e un’ampia intelaiatura culturale, ma affidato a
occasionali letture di romanzi, spesso proprio romanzi sentimentali o avventurosi d’appendice, giudicati adatti alle menti femminili, incapaci di seri studi e di severa applicazione. Cosὶ, come si ricava, per esempio, dalla lettura dei libri autobiografici sia di Neera che di Sibilla Aleramo che di Ada Negri, anche le ragazze che studiavano – è il caso della Negri, che si diplomὸ maestra – non trovavano in genere nello studio alcun piacere, né alcun brivido mentale, e appena terminato di studiare si scrollavano di dosso la «cultura» scolastica come un fastidioso ingombro utile a scopi soltanto pratici, per dedicare tutto il tempo possibile alla lettura di romanzi del genere più andante: e tentare infine di rivaleggiare con questi, scrivendone in
proprio”.
Maria Messina, pertanto, fin dall’esordio cerca di conquistare il suo posto nel cosiddetto «romanzo serio», evitando di rivolgersi al pubblico femminile con «libri letti di nascosto che lasciano le palpebre gonfie e la testa vuota», che diffondono l’ignoranza e costringono all’ozio le donne. Lei non si dedica a scrivere opere del genere più letto ed affermato, perché non vuole ‘ingannare’ le sue lettrici con racconti sentimentali di effimera e consumata utilità, con cui esse si trovano a «vivere in rosa per vivere in casa». La scrittrice siciliana, che scrive proprio per salvare le donne dalla prigionia di tale spazio (la casa), non si lascia
coinvolgere dalle produzioni di diffusione commerciale (la letteratura di massa), si ritaglia un suo posto nella “letteratura vera”, ossia la “letteratura grande”, fino ad allora dominata dai maschi. Ella si impegna risolutamente a dipingere un ritratto completo della realtà siciliana in particolare e di quella italiana in genere tra fine Ottocento ed inizio Novecento: dalla descrizione del mondo rusticano con tutti i suoi problemi e disagi alla denuncia dell’ipocrisia e dell’immobilismo della società piccolo-borghese, maschilista e conformista; dalla rappresentazione della condizione femminile in tutte le sue problematiche e lacerazioni sino a cogliere alla fine il logoramento dei tessuti della società patriarcale per mettere in evidenza
altre difficoltà affrontate dal mondo femminile; dalla letteratura per adulti a quella per l’infanzia ; dalla novella al romanzo. Grazie al grande impegno ed alla straordinaria capacità con cui descrive, analizza, denuncia e anche esamina le questioni che tratta, Maria Messina riesce ad emergere nella «letteratura vera»,
nella quale si afferma gradualmente con le sue opere nel corso della sua vita, e viene sostenuta ed apprezzata dai maggiori esponenti del panorama letterario dell’epoca, ed i suoi libri vengono pubblicati dai più illustri editori italiani.
Tuttavia, dopo la sua morte, interviene l’oblio a far tacere la sua voce e a nascondere nell’ombra le sue opere.
Ma le pagine della «letteratura alta» sono immortali e vengono sempre rilette e contemplate: Maria Messina, il cui nome è rimasto rinchiuso nell’oblio per lungo tempo, è stata riproposta e rivalutata dai critici, dagli editori e dal pubblico, sin dalla fine del Novecento, influenzando il panorama letterario contemporaneo. Perὸ fino ad oggi alle sue produzioni non viene rivolto il meritato riconoscimento di valore: sembra che l’ingiusto oblio la stia ancora perseguitando.
[…] Nell’estate del 1903, Maria Messina (sedicenne), seguendo la famiglia, si trasferisce a Mistretta, dove dimora sino al 1909.
Mistretta, una città della provincia di Messina, in Sicilia, conosciuta molto bene dalla scrittrice, la quale vi trascorre sei anni, osservandone la realtà stentata ed i mali, frequentandone i quartieri, caratterizzati da casucce, strade, vicoli, paesaggi, odori, suoni. Mistretta diventa un luogo privilegiato dall’autrice in cui ambienta le sue prime raccolte di novelle, tramite le quali ella dipinge un affresco variegato e
policromatico della regione. La città di Mistretta resta per la scrittrice esordiente un punto di partenza e anche di riferimento e una fonte d’ispirazione, alla quale ella presta la propria attenzione artistica, cogliendo le storie, le tradizioni e le abitudini della sua umile gente.
Maria Messina intraprende il suo percorso letterario con due volumi di novelle Pettini fini e Piccoli gorghi, di stampo verista. Il primo è pubblicato per la prima volta dall’editore palermitano Sandron nel 1909 e ripubblicato dalla Sellerio nel 1996. Il titolo del libro deriva da un nomignolo dell’eroe della prima
novella Pettini-fini: egli viene chiamato così perché, cominciando a fare il merciaiolo, andava sempre gridando «Pettini fini! specchi fini!».La raccolta comprende otto novelle (Pettini-fini, Janni lo storpio, Le nove Torrette, Al buio, Coglitora d’olive, Il compagno, Prima di farla…!, Grazia) che trattano tematiche diverse, tutte di stampo verista.
Sono novelle brevi e concise, ispirate dalla vita abitudinaria del mondo mistrettese, un mondo rustico immerso nell’ignoranza e nella miseria. L’autrice coglie questo mondo nei minimi dettagli della sua concretezza e realtà. Nella rappresentazione impersonale degli umili personaggi di questa provincia isolata si manifesta l’attaccamento di Maria Messina alla narrativa verista.
La prima novella “Pettini fini” tratta il tema delle “corna”. Pettini-fini Raimù), il protagonista della omonima novella, è un merciaio ambulante, trascorre due o tre giorni fuori casa, girovagando fra le strade con la sua cassetta ed il corno per vendere la sua merce. Un giorno, entrando nel vicolo si accorge del tradimento di sua moglie che sta nell’uscio di casa con il barone De Vita. “Pettinifini” pensa immediatamente al possibile scandalo, alle chiacchiere della gente, al buon fuoco, alla tavola ben apparecchiata che lo aspettano, poi prende il corno e suona: Tutu-tu…; la moglie rientra, l’uomo scompare e lui entra lentamente a casa
come se non si fosse accorto di niente.
Nella seconda novella Janni lo storpio l’autrice affronta il tema della gelosia. Janni, malgrado la malattia, cerca di lavorare per guadagnare soldi. Egli ama Maralùcia, ma lei non presta nessuna attenzione ai suoi sentimenti e gli confessa che si è innamorata di un altro. Janni, invaso da un forte sentimento di
gelosia, la uccide con il coltello con cui fabbrica gli zufoli.
La terza novella Le nove Torrette tratta il tema dell’onore, in essa la scrittrice racconta la storia della famiglia di don Bobὸ Facciuni che, un giorno, si sveglia su un disastro: la figlia, Sarina, fugge con il suo amante, Peppino Mentesana. Ha inizio così un giorno di lutto, in cui nella casa di don Bobὸ entrano la vergogna e la melanconia. Malgrado i giovani si siano sposati e la gente si scordi dello scandalo, nella casa di Facciuni non entra più la felicità.
La quarta novella Al buio è brevissima e tratta il tema del tradimento.
Stella si prepara per un incontro con il suo amante, ma il ritorno inatteso del marito le rovina tutto.
La novella successiva Coglitora d’olive tratta il tema dell’adulterio e della roba. È la storia di Piddu e Nele, due fratelli vecchi che fin da piccoli si erano voluti molto bene. Piddu lavora in campagna e Nele rimane in ufficio, nel paese. I due fratelli non pensano mai a sposarsi. Attaccati sempre l’uno all’altro, riescono
a superare i difficili momenti della vita. Innamoratosi di Carmela, la più bella tra quelle che raccolgono olive, Piddu decide di sposarsi. L’intervento di Carmela nella vita dei fratelli rovescia tutto. Nele cerca sempre di evitare la cognata, ma accade che un giorno tradisce suo fratello. Dopo poco più di un anno, Piddu viene
colpito da una grave malattia che lo porta alla morte. Don Nele si martoria incessantemente a causa del rimorso d’aver tradito il fratello, si sente soffocato, pensa continuamente a dividere la roba sua e della cognata ed abbandonare la casa, ma si trova sempre attaccato alla sua casa, alla famiglia (Carmela e sua figlia
Pascuzza), incapace di partire.
Nella sesta novella Il compagno erompe il tema della roba e dell’invidia. È la storia di Turi e Pidda, sua moglie. Questi sposi si aiutano e lavorano insieme, andando di terra in terra. Dopo tanta fatica ed enormi sacrifici cominciano a guadagnare, creando a poco a poco “ricchezza” (una casa, una mula e delle galline
nella stalla). Per questo tutti i vicini li invidiano e cercano sempre di seminare discordia tra di loro. Pidda non puὸ chiudere occhio sui pettegolezzi delle vicine.
Si accorge che il marito sta spogliando la casa, portando frumento a Gigliola, una loro vicina. A causa dei continui bisticci, loro non si aiutano più nel lavoro come prima, Turi ha bisogno di un compagno che lo aiuti, prende con lui Calὸrjo. Pidda pensa al futuro; se il marito morisse prima di lei, i suoi parenti verrebbero per
dividere la roba, con questo timore mette sempre qualche soldo da parte. Un giorno accade quello che ha temuto, riceve il cadavere del marito, morto in circostanze misteriose. La casa rimane senza padrone, la vedova continua a dirigere il lavoro con l’aiuto di Calὸrjo.
La penultima novella Prima di farla…! si concentra sul tema della roba e dell’emigrazione. Mastro Serafino, un vedovo vecchio, ignorante ed ammalato riceve una lettera dal figlio emigrato in America e quel giorno tutti i suoi sogni faticosamente fabbricati crollano; da lungo tempo sta creando e mantenendo la
sua ricchezza perché, quando suo figlio ritornerà, la trovi. Ma ora è inutile, il figlio si è sposato in America e non ritornerà più. Dal giorno in cui riceve la lettera, il vecchio, solo e malato, pensa di sposarsi ; si convince che solo una moglie puὸ servire il proprio marito fino alla fine. Pensa molto a Rosa di cui si era
innamorato sin da giovane. Da un’altra parte pensa anche al figlio, alla roba, «la roba è sacra e non si sperpera». Affaticato si addormenta confuso e con sentimento di amarezza, maledicendo la “Mèrica”.
L’ultima novella Grazia prende il titolo dall’omonima protagonista e narra la storia di una povera donna brutta, reietta ed esclusa da tutta la società; tutte le sue vicine la disprezzano e la insultano sempre. Lei fatica giorno e notte, lavora dentro e fuori casa, subisce soprusi senza nessuna protezione e giustizia. La sua
unica preoccupazione è che non sia lasciata dal suo compagno che la tortura e la bastona impietosamente come se fosse una bestia.
La seconda raccolta di novelle di Maria Messina è Piccoli gorghi, ambientata anch’essa a Mistretta e pubblicata per la prima volta nel 1911. Essa comprende tredici novelle brevi (Mùnnino, La croce, Sotto tutela, Gli ospiti, Tinesciu, Oggi a me, domani a te, La nicchia vuota, L’ora che passa, Dopo le serenate, Il ricordo, La Mèrica, Le scarpette, Nonna Lidda).
La prima novella racconta la storia drammatica di Mùnnino, il quale ne è il protagonista e le dà il titolo. È un piccolo poveraccio, esposto alla povertà ed alla malattia, emarginato dalla società e dalla stessa madre che lo picchia ferocemente, cercando in ogni modo di sbarazzarsi di lui ; la mattina lo manda a scuola e la sera
gli fa trovare l’uscio chiuso, quando invece lo trova socchiuso, si precipita silenziosamente e si corica senza cena. Per non rimanere a casa con la madre, che gli fa le corna con Vanni il falegname, e per guadagnare soldi, Mùnnino interrompe gli studi e si fa pastore a Salamuni, dove muore solo.
La seconda novella La croce narra la storia disperata di Don Peppino Schirὸ. Egli, uomo colto e ben istruito, ritiene che la «povera licenza» che ha ottenuto non ricompensi adeguatamente tutta la sua istruzione; impazzisce per diventare un cavaliere, ma invano, spreca tutta la sua vita in sterili aspettative e
falsi sogni, diventando argomento di ogni burla.
La novella seguente, Sotto tutela, racconta la storia di Klepper e Bobὸ.
Klepper, una signora molto istruita di fantastica bellezza, viene a stare nella locanda di Sciaverio. Lei, appena arrivata, diviene un centrale argomento delle chiacchiere del casino e di tutta la città. Tutti gli uomini del paese, anziani, giovani e piccoli, perdono la testa, parlando della sua bellezza ed eleganza. Bobὸ Caramagna, che sta sempre nel casino, stupito dai discorsi ed dai commenti della gente sulla Klepper, si mette a seguirla perdutamente in ogni luogo, aspettando da lei un solo sguardo. La signora, colta, tra questa gente ignota ed ignorante, si sente soffocata ; non ci sono biblioteche, non c’è neanche un giornalaio. Un giorno
attacca discorso con Bobὸ, chiedendogli di portarle libri, se è possibile. Egli, subito, cerca fra i libri dello zio e sceglie i più famosi. Lo zio, venuto a conoscenza del fatto, lo punisce spietatamente. Bobὸ, molto afflitto e sofferente, incontra la signora e le racconta l’accaduto, poi si allontana con il cuore colmo di
amarezza.
Lucia, protagonista della quarta novella Gli ospiti, oppressa dal silenzio, dalla noia e dalla povertà, chiusa in una casa buia e muta, si sente sola ed asfissiata, senza nessuna via d’uscita ; in questa casa, dove tutto è fisso ed immutabile, Lucia conduce una vita triste e monotona. Ad animare un po’ la casa contribuisce la visita della zia Fifina. Quest’ultima, per salvare la ragazza dall’amara noia e miseria, insiste perché la lascino andare con lei a Palermo, ma il padre rifiuta. Lucia, che non ha avuto il permesso, si chiude in camera, piangendo, poi esce per salutare gli zii (Fifina e suo marito) che hanno deciso di partire. Dopo
la partenza tutto ritorna come prima, come sempre, come se la visita fosse stato un sogno.
La novella seguente Ti-nesciu racconta la storia dell’avvocato Scialabba e di Liboria, sua figlia. L’avvocato, malgrado sia il migliore del paese, nel tempo vede diventare sempre più gravi e ristrette le sue condizioni sociali ed economiche al punto che anche la fortuna lo abbandona. Ad accompagnarlo nella sua povera
ed afflitta vecchiaia è sua figlia ; e lui, per confortarla e darle sollievo, la conduce ogni sera a spasso. Passano lunghe ore fuori, zitti, immobili ed angosciati. Quando ritornano a casa, lei si sfoga con il padre, ripetendo le stesse amare parole, alle quali egli risponde con la sua solita e famosa frase “io Ti-nesciu”, per questo
viene chiamato “Ti-nesciu”. Alla figlia disperata, il padre, vecchio e misero, non puὸ offrire niente altro che farla uscire.
La sesta novella “Oggi a me, domani a te” tratta il tema del tradimento e della vendetta. È la storia di Ciano che è licenziato dalla sua fidanzata, Nciòcola, il giorno del matrimonio, perché viene richiesta da un forestiero ricco. Per la vergogna e la furia egli si chiude tre giorni, cercando di non incontrarsi con gli
amici. Dopo tanta amarezza e sofferenza, a poco a poco si dimentica dell’accaduto, ma aspetta il giorno della vendetta. Un giorno muore il marito di Nciòcola. Da questo momento Ciano inizia a passeggiare intorno alla casa della vedova, mostrando desiderio e volontà di sposarla. Lei all’inizio rifiuta, ma poi, grazie ai ragionamenti di Leprina, si convince a risposarsi. Da questo momento Ciano non manca dalla casa di Nciòcola neppure un giorno. Fissata la data del matrimonio, Nciòcola comincia a prepararsi ed a vestirsi, ma Ciano non viene.
Dopo aver aspettato invano per lunghe ore, lei viene a conoscenza che egli è scappato con Nina la Cicoriara a Reitano.
La novella successiva, La nicchia vuota, narra la storia di San Giuseppe che ogni anno usciva in processione. Era un grande evento festoso; preti, monache e gente comune uscivano per festeggiare il loro santo. Durante una processione iniziò a piovere. Tutti si rifugiarono nella chiesa di San Domenico, per proteggere
la statua del santo. La mattina seguente, la superiora del Collegio mandò per riprenderla, ma i frati di San Domenico si rifiutarono di riconsegnarla. Per non lasciare la nicchia vuota si dovette procurare un altro San Giuseppe. Nel coretto vecchio c’era una statua abbandonata di San Guida Taddeo, le monache la
presero, la restaurarono in modo da farla rassomigliare a quella di San Giuseppe e poi la collocarono nella nicchia, illudendosi di aver recuperato il loro santo.
L’ottava novella, L’ora che passa, narra la storia di Rosalia, una maestra di scuola che dedica tutta la sua vita alla famiglia, soddisfacendo le esigenze di suoi fratelli. Il professore Mirtoli le vuole molto bene, ma lei ogni volta lo respinge, perché non può abbandonare la propria famiglia. Nella sua vita spenta appare ancora Mirtoli, che la sta aspettando da molti anni. Credendo che forse sia lui che le manca perché il suo cuore sia riempito di affetto e felicità, accetta. Ma poi, pensando ai bisogni dei fratelli che non finiscono mai, alle sorelline e ai genitori vecchi e malati, gli dice di nuovo “no”.
Dopo le serenate è la novella che segue, tratta il tema della roba, in cui Melina, la protagonista della storia, avendo ereditato dalla zia l’arredamento della sua casa, si trova costretta a sposare Tanu, il nipote della zia, perché lui, a sua volta, ha ereditato la casa. Così lei mantiene l’abitazione arredata.
La decima novella, “Il ricordo”, tratta il tema dell’onore. È la storia di Vastiana che viene disonorata e violentata da Pepè. Lei passa tutto il giorno impegnata nel lavoro, poiché considera importante ogni guadagno. È lei che mantiene la casa e la madre vecchia. Una volta, durante l’estate va con le vicine a
Salamuni per spigolare. Immersa nel lavoro ed ubriacata dal sole si trova sola, smarrita nel campo desertico. Grida, ma invano, non c’è nessuno. Vede un uomo a cavallo che si avvicina a lei, spaventata, inizia ad urlare. È Pepè Guastella. All’inizio l’accompagna per insegnarle la strada, poi la costringe ad andare con lui
alla sua casina dove la disonora. Dopo tre giorni la manda via al paese con il suo campiere. Sua madre, capendo l’accaduto, inizia a gridare come se fosse morta, e tutte le vicine vengono per spettegolare. Venute a conoscenza della storia, nessuna vicina la chiamerà per lavorare, ma Vastiana, confusa e torturata, pensa a quel dolce e amaro ricordo che Pepè le ha lasciato.
La Mèrica, la novella successiva, narra la storia di Catena che vive l’esperienza traumatica dell’emigrazione, quando suo marito Mariano decide di partire per l’America. Impedita di seguirlo a causa di una malattia agli occhi, rimane sola e disperata, diventando un corpo senza anima.
La penultima novella “Le scarpette” tratta il tema dell’emigrazione, una tematica molto ricorrente. È la storia di Vanni e Maredda, due poveri amanti; loro non pensano al matrimonio, perché non hanno soldi. Un giorno, Vanni decide di emigrare in America per guadagnare tanti soldi da poter sposarsi. Prima di partire
il giovane ha sognato di diventare molto ricco e di far fare a Maredda la signora.
Ma, arrivato in America, vede crollare tutti i suoi sogni e progetti uno dopo l’altro. All’inizio, di tanto in tanto, egli manda delle lettere amorose a Maredda, ma poi non si sente più. Liboria, la madre di Maredda, una donna povera e vecchia, non ha potuto lasciar aspettare la figlia così invano, l’ha fatta sposare a
Cristoforo di Licata, un potatore. In America Vanni non può più resistere alla miseria ed alla amarezza della vita. Tornato al paese, viene sorpreso del matrimonio della sua amante. Molto arrabbiato, egli promette di vendicarsi, ma la madre riesce a confortarlo ed a convincerlo che Maredda non ha avuto scelta.
Frugando in una cassapanca, trova le scarpette che in passato ha comprato per Maredda e le butta via, ma la madre le prende e le conserva, dicendo che forse la futura sposa avrà lo stesso piede.
Nonna Lidda è l’ultima novella di questa raccolta e anch’essa tratta il tema dell’emigrazione. A Lidda, una vedova affogata nella miseria e nei guai, rimane solo il nipote Nenè. Il figlio ha deciso di andare in America e la nuora è morta.
Ogni mese la vecchia riceve una lettera dal figlio. In una di queste egli la informa che si è sposato ed in quella successiva le chiede di mandargli il figlio. Il giorno in cui Lidda affida il nipote al signor Compare Tano, per condurlo in America, è un giorno di lutto. Parte anche il bimbo che rappresenta l’unica sua speranza nella vita. […]
Khadija Selmi Dhouaifi, La narrativa di Maria Messina: una voce per le vittime di un universo soffocante. Literature, Université Côte d’Azur; Université de la Manouba (Tunisie), 2020. Italian. NNT: 2020COAZ2015 tel-03139968

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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