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La Lombardia di Raboni è un paesaggio in gran parte letterario

Giovanni Raboni – Fonte: Wikipedia

L’insalubrità dell’aria e la sezione iniziale delle Case della Vetra, che raccoglie testi datati «1955-1959», distillano solo una parte del vasto materiale su cui Raboni lavora a partire dall’autunno del ’57. Il percorso verso il primo libro è lungo e complesso. Raboni comincia a impostarlo con entusiasmo, partendo proprio dal piccolo nucleo di poesie che per prime, nel settembre ’57, avevano riscosso la piena approvazione di Betocchi. In novembre, gli fa visita a Firenze portando già con sé «il dattiloscritto di quello che potrebbe essere un libretto di Scheiwiller». <147 L’idea di rivolgersi all’editore milanese era venuta proprio da Betocchi. Al Centro Apice, tra le carte di Scheiwiller, si conserva una lettera del poeta fiorentino risalente al luglio ’58, in cui, senza alcuna incertezza, Betocchi prepara il destino milanese della prima raccolta di Raboni: ” Molti mesi fa Le parlai del giovane poeta milanese che aveva vinto i primi Incontri della gioventù con grande stacco dagli altri, del cammino che aveva fatto, e della possibilità di pubblicare un suo libretto nelle sue preziose edizioni. Lei mi disse: – Ho lavoro per due anni. Io non mi scomposi, perché conosco Raboni, e Raboni non è il poeta delle smanie. Le dirò di più: io avevo promesso a Raboni di presentare un piccolo gruppo delle sue poesie a «Letteratura». L’ho fatto in questi giorni, dopo un anno. E si sa che «Letteratura» è lenta a uscire più della chiocciola di Pinocchio. E Raboni zitto. Mai un moto di impazienza. Sembra, a sentirmi, che io voglia insistere su una virtù del mio Raboni, per riuscire ad appoggiare la sua poesia. Non ci penso nemmeno. Invece, caro Scheiwiller è vero soltanto che la poesia di Raboni, in prima apparizione, non può che uscire presso di Lei. Il tempo non conta. La poesia di Raboni, che so io, è come il Dei delitti e delle pene del Beccaria, o come «Il Conciliatore». Non può uscire che a Milano. È una poesia milanese. È una poesia Scheiwilleriana: non può uscire che da Lei. Pound è alle viste, dietro la poesia di Raboni, ma come se, invece di essere americano, avesse il nonno e la nonna, il babbo e la mamma, nati a Milano, invece che in America. Bisogna, naturalmente, leggerlo. Ora io son certo che Lei lo leggerà. Lei non è uno che stampa senza leggere i poeti che stampa. […] Credo di rendere un servizio alla mia cara Milano, mandando a Milano queste poesie. E poi, senza nessuna furia. Legga Lei, e ci pensi su. La poesia di Raboni, intanto, consoliderà. È una poesia che io vedo crescere da cinque anni. Guardi un po’ quanta furia abbiamo avuto! Eppure da cinque anni penso a Raboni da Scheiwiller”. <148
Nella stessa estate Raboni invia al poeta fiorentino un dattiloscritto che rappresenta il più antico abbozzo del libro di cui rimanga traccia tra le carte dell’Archivio Bonsanti. Il titolo è La piccola passione; e le poesie di ambientazione lombarda bilanciano, con studiata alternanza, i testi legati all’esperienza più antica della riscrittura anacronistica del Vangelo. I titoli delle cinque sezioni suggeriscono un’architettura musicale, e più precisamente operistica: Recitativi 1, Tre arie, Recitativi 2, La piccola passione e Finale.
L’etichetta di «recitativi» potrebbe far pensare a testi, rispetto agli altri, più ragionati e prosastici; tuttavia anche le «arie» hanno ben poco di cantato e si presentano semplicemente come monologhi straniati di singoli personaggi (Pietro, Pilato e il centurione in Tre arie; il legnaiolo, la lavandaia, il chirurgo, l’indovino e il fornaio nei già ricordati frammenti della Piccola passione) oppure come raffigurazioni corali di folle più o meno numerose (Portale e L’errore coloniale ancora nella sezione La piccola passione). La sezione Finale accoglie la sola Mattina di Natale. Il nucleo ispiratore legato al Vangelo è ancora vivo per Raboni, come dimostra un nuovo importante testo, L’errore coloniale, in cui è ancora pienamente in opera la tecnica dell’anacronismo, ma entra anche l’eco acuta della storia del proprio tempo. Lo spunto ispiratore deriva infatti dalla cronaca del presente (gli atroci fatti delle guerre d’Algeria e d’Indocina), <149 trasportata però – con i consueti effetti di straniamento – in un non tempo ben precisato. Un processo si svolge così in un misterioso tribunale coloniale, e la vicenda di Cristo è evocata come archetipo di tutti gli episodi di tortura e oppressione compiuti dall’uomo sull’uomo, e dei quali (ancora una volta il rovello dell’inafferrabilità del male) diventa sempre più difficile condannare i colpevoli:
Lo so: ma chi ha il coraggio
di crederli dei porci? Se li penso
uno per uno […]
tutti, fino alla scorta in calzettoni,
giacche cachi, berretto con visiera
per legarlo a quel palo nel deserto
ecco: chi avrà il coraggio, guardandoli uno a uno
di dargli addosso?
[…]
Le prima sezione del dattiloscritto, Recitativi 1, raccoglie invece poesie di ambientazione lombarda. La Lombardia di Raboni è un paesaggio in gran parte letterario: le atmosfere borghesi (ville umide, abitate più dai morti che dai vivi, interni soffocanti, avi dal passato oscuro) hanno – lo si è già notato – una patina quasi romanzesca: circola in queste poesie un sottile senso di malessere e malinconia («l’autunno è sembrato / così dolce quest’anno, nella casa / coperta d’ipoteche e già venduta»), <150 di senso di colpa e rimorsi («Quanti, / troppi segreti con i morti»), <151 che, a conti fatti, resta tuttavia preferibile a «quel che avvenne dopo», <152 all’avvento cioè della nuova realtà industrializzata («Se penso / a chi è la gente ricca adesso») in cui «l’ingiustizia è nell’aria» e «tutto si complica, anche il male». <153 La seconda sezione di Recitativi risulta meno omogenea: si apre con Notizia e accoglie A tavola, Sonno difficile, Il giocatore e una poesia nuova, Gli addii, la cui seconda parte (vv. 6-11) è una sorta di variazione dei temi di Notizia:
Ogni tanto mi provo
a ricordarli: il ladro di verdura,
il matto, la servante au grand coeur,
il medico ecc. Strano gioco,
ho paura, e assai poco redditizio.
Tanto tempo è passato! E io
che mi gratto la testa e sto seduto
al tavolo di pietra del mulino
aspettando il sereno, non
sento di quelle spente dolcezze più
che un rauco, degradato miagolio.
<154
La citazione in francese è tratta dalle Fleurs du mal, un’altra lettura importantissima per il giovane Raboni, che di Baudelaire diventerà, a partire dagli anni ’70, uno dei più importanti traduttori italiani. L’eco del poeta francese è qui piuttosto significativa. Il prelievo, in lingua originale, è tratto dal numero C dei Tableaux parisiens, un testo che contiene molti motivi cari al Raboni degli esordi: l’ingratitudine dei vivi verso i morti; il persistere in questi ultimi di una residua sensibilità fisica che, in Baudelaire, coincide addirittura con la grottesca percezione del proprio decomporsi; l’immagine del focolare come luogo di un possibile manifestarsi dei revenants; la figura del fanciullo.
147 FB, lettera di Raboni del 18 novembre 1957.
148 FS, lettera di Betocchi del 1 luglio 1958.
149 OP, pp. 1441-1442.
150 Autunno in campagna, inverno in città, PDO.
151 A mia madre, FB, pubblicata su «Letteratura» nel 1958, poi Creditori in CI (Apparato critico, pp. 1474-75).
152 Annata cattiva, CV.
153 Una volta, CV.
154 Anche qui si avvertono echi montaliani. Si ricordi l’attacco di Proda di Versilia, «I miei morti che prego perché preghino per me, per i miei vivi… »; e nell’Arca le figure delle «vecchie serve» e il finale «latrato di fedeltà» cui il «rauco, degradato miagolio» dei versi di Raboni sembra fare eco.

Anna Chella, Giovanni Raboni poeta e lettore di poesia (1953-1966), Tesi di laurea, Università di Firenze, 2015, pp. 82-84

Per quello che riguarda Raboni, e sull’onda di ciò che si è appena segnalato in merito alle questioni della “funzione” del poeta all’interno della comunità civile (nonché alla sua istituzionalizzazione), si potrebbero aggiungere alcune parole di Franco Cordelli che, recensendone il “Meridiano” de L’opera poetica (Mondadori 2006), mette in evidenza i caratteri di contiguità e di impegno rappresentati da Raboni, in quel particolare settore di militanza, in fondo, che è l’editoria. Prendendo spunto da una suggestione contenuta nello scritto di Andrea Zanzotto che accompagna il volume mondadoriano di tutte le poesie di Raboni – in cui si dice appunto della sua «grandiosa impresa di operatore culturale» <88 –, Cordelli si sofferma a riflettere sostenendo che “Questo aspetto della presenza di Raboni, che fu discusso e gli generò qualche risentimento (il Re censore), mi sembra peculiare. Non penso al suo carattere lombardo, alla sua alacrità di uomo con le maniche sempre rimboccate; e non penso neppure a quanto di cruciale, in senso psichico e spirituale, vi è in questo tratto […]: l’idea della pietas, ereditata da Manzoni, e l’idea della salvezza, non personale, ereditata da Clemente Rebora. Penso in termini per così dire sociologici. Che cosa è stato il poeta del Novecento? Che tipo di personaggio era? Che cosa egli faceva, oltre a comporre poesie? È stato tre tipi umani o, appunto, sociali: il poeta-poeta, mai toccato dai commerci mondani (Penna, Zeichen); il poetaprofessore, colui che scioglie la sapienza in musica (Ungaretti, Luzi); il poetamilitante, colui che scende in campo per combattere la battaglia politica e sociale
(Montale e Pasolini, che non si amavano poiché ignoravano quanto fossero simili; Sereni, il maestro, e Raboni, l’allievo). A proposito di Sereni e Raboni occorre aggiungere che in questo particolare settore della militanza, sono gli ultimi due poeti che si sono spesi in un campo delicato come quello editoriale, dove si è direttamente responsabili non più di se stessi, ma degli altri, anzi delle generazioni a venire. <89
Cordelli parla di Raboni coniugandone il duplice ambito produttivo (editorialmente e poeticamente inteso), ma in fondo parla dell’economia della cultura del nostro tempo.
Un’economia che non può prescindere dal ruolo di un “impegnato” come Raboni, che si è dimostrato attraverso le attività editoriali da lui promosse al servizio della letteratura tout court – pur con le sue ragionevoli idee e gusti: per Mondadori (nel comitato di lettura de “Lo Specchio”), per Garzanti, per Guanda (che cercò di rendere gemella a Mondadori, in senso espansivo, specie con la pubblicazione dei tre “annuari” di poesia, tra l’80 e l’81, così affini all’«Almanacco dello Specchio» <90), e poi in ultimo per Marsilio, la cui collana di poesia – come detto altrove – ha diretto nel corso degli anni Novanta.
88 A. Zanzotto, Per Giovanni Raboni, in G. Raboni, L’opera poetica, a cura e con un saggio introduttivo di R. Zucco e uno scritto di A. Zanzotto, Mondadori, Milano 2006, pp. XII-XIII. Un’affermazione, quella riportata nel testo, che si potrebbe ampliare fino a congiungerla all’aperta e unisona constatazione che chiude – anche se in forma quasi privata – l’intervento di Zanzotto, completando l’immagine del Raboni uomo e poeta: «Vero maestro senza averne l’aria, lavoratore fino al limite delle forze, esempio e sostegno a chi si ponesse sulla via sempre più difficile della letteratura, egli ha lasciato un grande vuoto anche per quanto mi riguarda, perché i nostri incontri in occasioni culturali e non solo sono stati numerosi e sempre fecondi. E certamente, per quanto io ho misurato di vero nel mio rapporto con lui, i fermenti onnipresenti nella sua multiforme opera saranno lungo i tempi vitale riferimento per un’interpretazione anche pragmatica della letteratura anche per una sua presenza autentica in una società sempre più cangiante e labirintica» (ivi, p. XVIII).
89 F. Cordelli, Raboni. L’ultimo dei classici, «Corriere della Sera», 10 settembre 2006.
90 Nella quarta di copertina di Poesia Uno, a cura di M. Cucchi e G. Raboni, Guanda, Milano 1980, si legge infatti: «POESIA UNO è il primo numero di una nuova pubblicazione con la quale Guanda prosegue e rinnova un lavoro di mediazione attiva tra poesia e pubblico iniziato mezzo secolo fa e svolto ininterrottamente attraverso collane divenute classiche sotto il segno e il simbolo della Fenice. L’iniziativa si propone – alternando con un ritmo semestrale volumi dedicati all’Italia e volumi dedicati ad altre aree linguistiche – di fornire ai lettori un continuo, agile, puntuale aggiornamento e una vasta e articolata documentazione sulla ricerca poetica di oggi e di ieri. A testi inediti dei più rappresentativi autori contemporanei si affiancheranno, in ogni numero, riproposte di autori del passato, materiali critici e una sezione che riprende esplicitamente la formula introdotta negli scorsi anni dai Quaderni collettivi:
raccolte integrali di autori inediti o poco noti».
Marco Corsi, Canone e Anticanone. Per la poesia negli anni Novanta, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, anni 2010/2012

Raboni
19.6.97
Tutte le poesie di Raboni
La mia prima emozione per il libro di Giovanni Raboni, Tutte le poesie (1951-1993), Garzanti, è stata la dedica che Giovanni ha scritto per me.
Forse non dovrei parlarne, qui; ma non posso, anzi, non devo evitarlo. So di essere amata, da alcuni, ammirata anche, da pochi; ma in questo caso «tutto si tiene». E adesso basta di ciò. No: devo ancora ricordare l’intervento di Giovanni al mio Convegno del ’94. Non per quello che disse, davvero inopportuno rievocare qui; ma perchè in quell’occasione l’ho sentito leggere qualche poesia. Non perchè – o non solo perchè – erano mie. La cosa straordinaria è stata la seguente: la sua voce, quel suono, quella musica misero in crisi una mia convinzione.
Ho sempre sostenuto, con me stessa o in pubblico se c’era l’occasione, che la poesia deve essere letta in silenzio.
Ho sempre sostenuto che non deve diventare spettacolo, nemmeno musicale.
Scoprii allora la necessità, la ri-creazione in quel suo intervento.
E adesso, ecco questo libro. Anche simpatico come oggetto: maneggevole, grosso ma non pesante («elefante» in senso buono).
La copertina verdeazzurro e un quadro di Sironi: molto «città», come la poesia di Raboni.
E dentro le poesie, con i loro scomparti, i titoli, le date.
In fondo, l’Antologia della critica, nutriente, viva: nomi e testi bellissimi, da Betocchi a Zanzotto.
Prevalgono i poeti: grande segno.
E il meraviglioso indice alfabetico dei testi.
Anche la quarta di copertina, che cita tre giudizi, è perfetta. Qualche giudizio? Scelgo la fine del pezzo di Betocchi: «Una ferita, o che altro non so, gli ha iniettato nel cuore un senso sacro della storia che a volte sembra tradursi altrimenti: in un’alta e ironica malinconia».
E due citazioni di Sereni: «….dimensione onirica o no, l’origine è sempre precisa, riscontrabile nel visto e vissuto»; «….oggi la sua arte più che dal menzionare e considerare il lato di origine, episodio, emozione o affetto che sia prende le mosse dalla cancellazione dello stesso, serbandone o recuperandone solo le tracce, le scaglie, i riflessi, le scorie anche infime, per ricomporli in un quadro diverso. […] Dall’occultamento dell’origine biografica ed emotiva
alla pregnanza della visione il salto non è da poco; ed è ancora una volta, amalgama tra miraggi, falsi scopi, ambiguità, straniamenti, la naturalezza del parlato».
Se adesso tocca a me scegliere, non ho dubbi: Canzonette mortali (1981-1983), di straziante dolcezza, di pudica impudicizia.
Singole poesie? Scelgo l’ultimo sonetto:«Cerco qualche volta di immaginare / la felicità, mia e dei morti, e mi sembra / che sia la vita. (….) / e sentire l’Olona e l’Ardo / per come si chiamano risuonare». Lalla Romano
in Paolo Di Paolo, La scrittura critica di Lalla Romano, Tesi di laurea, Università degli Studi Roma Tre, 2012

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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